Una legge con norme chiare e fondi certi il Centro — 15 giugno 2010

Dopo quasi 15 mesi dal terremoto del 6 aprile del 2009 gli aquilani scoprono di essere stati abbandonati. Quella di ieri è stata una giornata con un crescendo di dichiarazioni fatte da amministratori locali e parlamentari da cui emerge un solo elemento certo: nessuno ha più sotto controllo la situazione. Ordinanze illegibili hanno creato una grande confusione, c’è l’incubo del ritorno a un trattamento fiscale “normale” in una situazione in cui di normale non c’è nulla, ci sono imprese quasi sul lastrico perché non vengono pagati i lavori fatti nell’emergenza, commercianti che non sanno se e quando potranno riaprire i loro negozi, migliaia di persone in cassa integrazione che non ricevono nemmeno quel “reddito sociale” che per molti è diventata l’autonoma sistemazione. Un quadro che definire sconfortante è poco. Ma quello che è emerso ieri non è solo la disperazione di gente che con il sisma ha perso tutto o quasi. Quello che inquieta è che la classe politica è allo sbando. Un assessore comunale, Giustino Masciocco che sbatte la porta dicendo che non vuole essere complice di un governo che vuole punire, non si sa bene perché, L’Aquila. Un sindaco che addirittura si appella ai direttori dei giornali nazionali perché nei palazzi romani non sa più a quale ministro votarsi. Ordini del giorno di consigli comunali e provinciali lanciano proposte destinate a cadere nel vuoto. E poi il presidente della Regione Gianni Chiodi che va a Roma tre volte alla settimana per sentirsi rispondere nelle segreterie dei ministeri, che non c’è un euro da spendere.  Gli unici che hanno un po’ le idee chiare sono forse i sindaci dei piccoli Comuni del cratere che per dimensione sono più facilmente gestibili: fra mille complicazioni hanno messo a punto perimetrazioni, piani di recupero, organizzato aggregati e consorzi. Uno di loro pochi giorni fa mi ha detto: abbiamo fatto una stima dei danni, se domattina arrivassero i soldi necessari ricostruiremo tutto in tre anni. Però i sindaci (piccoli o grandi) nessuno li sente e sono costretti a fare la fila per pietire un incontro con burocrati che ne sanno meno di loro.  Un quotidiano nazionale ha reso noto lo scempio in un palazzo dell’Aquila: affreschi bucati per far passare i cavi di messa in sicurezza dell’edificio. Ma basta farsi un giro sia dentro la città che nell’immediato circondario per vedere chiese storiche, fra le più belle d’Abruzzo, che stanno cadendo a pezzi. Si sono spesi milioni di euro per puntellare case che andranno abbattute mentre i monumenti, quelli veri, sono lì ad aspettare che la loro sorte venga segnata definitivamente. La manifestazione di domani è forse l’unica e ultima occasione per gridare forte la rabbia per un abbandono che sta facendo più danni di quella notte da incubo. Se in piazza domani pomeriggio ci saranno almeno diecimila persone nessuno potrà ignorare che sull’Aquila bisogna cambiare registro che significa una legge ad hoc. Se saremo quattro gatti avremo segnato il nostro destino: alla morte fisica si aggiungerà la morte civile. La questione non è solo chiedere la proroga dell’esenzione delle tasse, cosa pur importante nel breve e medio periodo. All’Aquila servono (come è accaduto per Friuli, Irpinia e Umbria) norme chiare e flusso certo di fondi. Altrimenti, come accenna l’ex assessore Masciocco nella sua lettera di dimissioni, quei pochi soldi che arriveranno finiranno nelle tasche di soliti noti e quel che è peggio L’Aquila non sarà ricostruita. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Giustino Parisse

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