Ho visto L’Aquila per la prima volta nell estate 1955, ero arrivato dopo aver attraversato a piedi il Gran Sasso ed essere sceso da Campo Imperatore ad Assergi. In quelle estati giravo spesso insieme al mio amico Giovanni Gabrielli la cui famiglia materna era originaria di quelle terre, l’Abruzzo - Gran Sasso, Montagna dei Fiori, Maiella. Da allora - soprattutto per quelle scorribande e per l’inizíazione a quel mondo grazie a quel mio amico - ho sentito l’Abruzzo come un cuore della mia Italia.
Oggi L’Aquila, a quanto si sente da notizie e dichiarazioni, sembra ancora a pezzi, il terremoto appare la sua realtà dominante, una devastazione materiale e psicologica permanente. I toni che prevalgono sono quelli della denuncia ma, più ancora, dello sconforto. Non sono in grado, non conoscendo a fondo la situazione, di rivolgere precise accuse ad alcuno, di indicare per nome e cognome - di individui o di istituzioni - eventuali responsabilità, carenze, omissioni, complicità, speculazioni, illeciti. Credo peraltro che, di fronte a simili calamità, qualsiasi governo - nazionale, regionale, provinciale, comunale, dell’uno o dell’altro colore - possa trovarsi inadempiente o inadeguato. Certo l’iniziale enfasi trionfalistica del governo risulta oggi imbarazzante ed è ingiusto indignarsi contro un film come quello di Sabina Guzzanti che, in ogni caso, ha il merito di ricordare che il problema esiste, che L’Aquila e i suoi abitanti annaspano.Perché è di questo che si tratta, dell’oblio che, dopo le immediate emozioni e l’intensa ma breve concentrazione mediatica, avvolge le vittime (città, regioni, persone) di una tragedia, quando le vittime non fanno parte dei potenti della terra o almeno del loro Paese. Una sciagura che investa Milano o Roma è e rimane, nel sentire di tutti, una sciagura nazionale.
Ascoltando le dichiarazioni del sindaco dell’Aquila e di altri, si avverte che quegli italiani si sentono sostanzialmente soli, dimenticati e accantonati. Non solo da un governo, ma da tutti, dal sentimento e dall’attenzione dei loro connazionali, cioè da noi.
Mentre si avvicina l’anniversario dell’unità nazionale si è costretti bruscamente ad accorgersi che l’unità,
e la coscienza di essa, hanno ancora delle crepe. Ci sono regioni e città che è più facile dimenticare di altre. Celebrare realmente la nostra unità è possibile solo sanando, o almeno cercando di sanare nei limiti del possibile, queste disuguaglianze che esistono nelle menti e nei cuori prima ancora che nella realtà. Allo stesso tempo, l’isolamento di cui si lamentano gli aquilani dimostra come sia insensato ogni particolarismo regionale e locale che si chiude in se stesso e come solo un’Italia realmente unita possa affrontare i problemi delle sue regioni.
Quando vagabondavo per la Maiella, abbiamo visto un celebre graffito nella foresta, scritto circa un secolo e mezzo fa dai briganti durante la guerra di brigantaggio che seguì alla caduta del Regno borbonico. Il graffito dice che quella terra prima era il regno dei fiori e poi, con l’avvento di Vittorio Emanuele (II) divenne il regno della miseria. Quella scritta è sbagliata: nonostante il valore e i pregi dei borbonici vinti, cui tanta letteratura ha reso omaggio, l’unità d’Italia è stata un passo in avanti e Garibaldi vale più di Franceschiello. Ma l’odierna amarezza degli aquilani fa capire che in quel graffito c’è ancora qualche pezzo di verità e che chi crede nell’Italia deve comportarsi in modo da smentirlo e da far sparire quei pezzi per sempre.
Sembra di capire che che gli italiani colpiti dal terremoto dell’Aquila si sentono soli. È vero, sostanzialmente lo sono, anche se non dovrebbe essere così. Devono saperlo, perché soltanto sapendolo è possibile che anche l’Abruzzo possa trasformare questa sventura in un’occasione di rinascita e ricsotruzione, come è avvenuto nel Friuli, che è divenuto forte e prospero dopo il suo devastante terremoto. Essere soli, del resto, è destino di tutti - individui, comunità, civiltà - nel periodo, più o meno breve o lungo, della loro esistenza, della loro fioritura tra un inverno e l’altro.