Regione: le condizioni del Pd per proseguire la legislatura.

30 settembre 2010

Silvio Paolucci, Segretario  del  Partito Democratico d’Abruzzo, interviene sul quotidiano Il Messaggero.

“La crisi politica della destra in Regione apre interrogativi allarmanti ancora una volta sulle questioni riguardanti il rapporto tra politica ed economia, regole e mercato, pubblica amministrazione e impresa. Tutto ciò a causa di una classe dirigente e di un sistema di potere inadeguati a guidare la modernizzazione dell’Abruzzo in questi 15 anni. Nel frattempo la Regione è in ginocchio: disoccupazione, lavoratori in cassa integrazione, la crisi delle piccole imprese, il debito sanitario, l’economia ferma ed il reddito pro-capite sceso, e di molto, tra il 1996 e il 2010. Il fossato tra società e politica è troppo largo”. ”In questo contesto è plausibile tornare al voto nuovamente? Da più parti si chiede alle forze politiche uno sforzo di convergenza nell’interesse dell’Abruzzo. Il nuovo Pd sin dall’inizio, su alcune leggi dove è stato chiesto anche un nostro contributo, ne ha fornito di prezioso. Tuttavia fin dall’avvio della legislatura il Presidente Chiodi si è sottratto al confronto sulle questioni più importanti: dalla ricostruzione, alla sanità, ovviamente passando per la gestione rifiuti. Ed anche oggi non ha saputo cogliere i segnali che pure venivano dal Pd: mai da parte nostra è stata avanzata la richiesta di sue dimissioni ma una nuova legittimità politica. Abbiamo proposto un confronto per aprire una nuova stagione dell’Abruzzo, un nuovo rapporto tra politica ed economia con una classe dirigente europea e moderna. C’è stato risposto con un attacco violento alla magistratura e alla stampa e con un richiamo alla generale presunzione di innocenza – principio che noi abbiamo sempre tenuto presente – dal sapore vagamente intimidatorio. La Giunta Chiodi era stata eletta solo sulla spinta di un’aspettativa di cambiamento e legalità. Pur di ricevere questo mandato appena due anni fa tutti gli uomini della Pdl abruzzese a partire da Pastore hanno utilizzato le armi di un giustizialismo violento, eleggendo in corse “ad handicap” per il PD, Cordoma, Chiodi, Brucchi, Catarra, Di Giuseppantonio, Del Corvo, Mascia, Testa, Di Primio. Nonostante tutto questo, il Pd continuerà a ribadire il suo impegno per un proseguimento della legislatura regionale ad alcune precise condizioni squisitamente politiche. 1. Il Presidente Chiodi deve disconoscere con atti politici il sistema di potere affaristico del Pdl. La costruzione di più inceneritori senza gara di appalto. Una delibera di Giunta– che va revocata – approvata per abbassare la soglia minima della raccolta differenziata onde favorire questa operazione. Lo scontro tra lobbies politico-affaristiche per accaparrarsi diversi benefici e che va oltre i fatti oggetto dell’indagine. 2. L’Assessore Venturoni deve dimettersi per un preciso dovere di trasparenza e moralità verso gli abruzzesi. 3. Il Presidente Chiodi deve dirci come vuole affrontare le priorità della nostra regione: Fas, Master Plan, il lavoro, la ricostruzione post-terremoto, le vertenze sindacali a partire dalla Sevel, la riorganizzazione della sanità regionale. 4.Il Presidente Chiodi e la sua maggioranza devono presentare un pacchetto di leggi “trasparenza” (a partire dalla ricostruzione) e di riforma della struttura regionale e delle società di gestione poiché, allo stato, rendono invasiva e clientelare la politica. Il futuro di questa legislatura regionale dipende dal Presidente e da come intende rispondere a questi punti. L’alternativa è dare di nuovo la parola agli elettori. Non serve a nessuno avere un governo terrorizzato e fermo per tre anni.”

Silvio Paolucci

Segretario Regionale Partito Democratico d’Abruzzo

da  Il Messaggero del 30 settembre 2010

la manifestazione dei Comitati cittadini dell’Aquila oggi in Consiglio Regionale impongono un concreto impegno del PD.

21 settembre 2010

dopo la manifestazione odierna dei movimenti cittadini dell’Aquila in Consiglio regionale, venuti a manifestare  contro i “commissariamenti “e perchè  si faccia una legge organica, con flussi economici certi e con la garanzia della partecipazione dei cittadini,   ritengo  che non si possa più eludere un incontro all’Aquila del Partito Democratico che  fissi un adeguato coinvolgimento di tutti i gruppi dirigenti e le rappresentanze istituzionali locali, regionali e nazionali  per definire una linea  di indirizzo chiara , evidente nella direzione di restituire alle assemblee elettive il reale controllo  delle politiche di ricostruzione. Bisogna  operare  compatti e vicini ai cittadini, senza  prerogative esclusive che ci stanno logorando.

La ricostruzione dell’Aquila è un problema regionale e nazionale, non può restare chiusa in una logica stretta e priva di chiarezza. Il Partito Democratico deve essere portatore di istanze  fortemente partecipate e condivise, vicine ai cittadini colpiti dal sisma del 6 aprile.

E’ quanto ho chiesto con una lettera  contestuale ai segretari  nazionale on. Bersani,  regionale  Silvio Paolucci, ed al segrerario della federazione dell’Aquila Michele Fina.

Marca Adriatica, l’idea per guardare più avanti. Il Messaggero Abruzzo 8 settembre 2010

9 settembre 2010

Del gran discettare di questa estate sullo stato delle cose in Abruzzo, mi è parso emergere per valore l’articolo di Luciano D’Alfonso e Giovanni Di Giandomenico, apparso nel Messaggero del 15 agosto, sull’ipotesi di una nuova dimensione interregionale: “La Marca Adriatica”.

Per il resto della discussione ci si è attardati a discutere di un Abruzzo “unicum” e solitario, che di giorno in giorno mostra di non farcela per dati oggettivi e per una evidente incapacità storica delle classi dirigenti.

I dati CRESA-Prometeia hanno evidenziato che nel decennio 2000-2010 l’Abruzzo ha perso 5 posizioni nella graduatoria delle Regioni (salvo il biennio 2006-2008), restando di poco avanti sulle regioni meridionali, ma fortemente staccato dalle regioni del centro. Tra il 2008 ed il 2009 il Pil è crollato dell’8% (del 6,5% in Italia). Per la prima volta nel 2009 l’andamento del Pil pro capite è stato inferiore di 1,8 punti rispetto al meridione ed un dato negativo si prevede ancora nel 2010. Sempre nel 2009 la produzione industriale è crollata del 18%, gli investimenti fissi lordi sono diminuiti tra il 2005 ed il 2008 del 12,1% rispetto all’Italia. Le esportazioni cresciute costantemente tra il 1995 ed il 2008, sono crollate del 31,2% (del 21,4% in Italia), evidenziandosi una sostanziale assenza dai mercati emergenti. Dimezzate le esportazioni di riferimento nei settori dell’elettronica e dei mezzi di trasporto. Sostanzialmente irrilevante la partecipazione abruzzese in imprese estere (161 partecipazioni pari allo 0,7% di quelle italiane). Se si considerano le gravissime difficoltà del turismo soprattutto dopo il sisma del 6 aprile 2009, emerge un quadro di generale disgregazione della struttura economica. Ove si consideri per i prossimi anni la lentezza e la povertà del sostegno pubblico a causa del pesante debito regionale e statale, appare evidente che solo l’esplorazione di nuovi scenari può consentire di trovare soluzioni adeguate.

Direi che il progetto di D’Alfonso / Di Giandomenico vale più per lo stato reale di necessità in cui vivono oggi l’Abruzzo, ed anche il Molise, oltre che per una validissima ipotesi in termini di politiche di sviluppo.

La Federazione tra le Regioni della “Marca Adriatica” è importante se vogliamo legare l’Abruzzo a dinamiche virtuose: in sede di attuazione del federalismo fiscale infatti, potremmo trovarci in una tale incapienza di risorse fiscali dovuta alla debolezza della nostra economia, che produrremo a costi standard servizi mediocri, ciò che ormai già misuriamo nella sanità, nel sociale, nei trasporti e che misureremo nella scuola, nelle ricerca, nella formazione universitaria.

Questi mali hanno radici profonde in una terra arrivata tardi e con difficoltà alla propria autonomia istituzionale. Le discussioni di scuola sul gasparismo possono essere chiosate dalle valutazioni del Fondo Monetario: “…il problema dei conti pubblici risale a ben prima della crisi: in Italia agli anni dalla metà dei 60 alla fine degli 80, quando la spesa pubblica si è dilatata ed il debito ha fatto da “ammortizzatore degli shock dell’economia” ampliandosi nei periodi difficili, ma senza ridursi in quelli favorevoli”. Remo Gaspari è stato portatore di queste politiche in Abruzzo, che hanno sviato il sistema regionale dopo la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001, con la formazione di un debito non sostenibile, che è all’origine dei problemi che dobbiamo affrontare.

Oggi direi che ripartiamo da uno “sviluppo senza economia”.

Come ripartire. Il Cresa nel suo rapporto per il 2009 delinea le principali criticità della nostra

Regione: carente dimensionamento e posizionamento delle imprese industriali e dei servizi; scarsa propensione alla ricerca ed all’innovazione; carente qualificazione dei giovani, scarsi investimenti pubblici; inefficienza energetica ed ecologica; scarsa sostenibilità ambientale. Dunque bisogna subito correggere questi fattori negativi, risanando le gestioni ed innovando la base culturale negli approcci di governo.

In questo quadro di rinnovamento, un processo che sviluppi intese ed in prospettiva anche rapporti federativi con altre Regioni è un progetto ambizioso, che ci distoglie dal guardarci sempre l’ombelico e ci obbliga ad un confronto aperto.

Nell’estate del 2008, quando il Presidente Chiodi ipotizzava di fondere le Province di Teramo ed Ascoli, furono elaborati tra le Regioni Abruzzo e Marche i primi protocolli per la legislazione e la gestione delle aree confinarie; analogamente si erano insediati tavoli istituzionali per le aree confinarie con il Molise a partire dall’Alto Sangro. Si potrebbe ricominciare da quei documenti per verificare se gli attuali Governi regionali condividano un disegno di così grande e necessaria prospettiva.

Giovanni D’Amico

Vice Presidente del Consiglio regionale d’Abruzzo

Al Sud governatori dimezzati di Francesco Delzio-Il Sole24ore 27 luglio 2010

28 luglio 2010

Il federalismo fiscale salverà il Sud dal “rischio estinzione” denunciato dall’ultimo rapporto Svimez? Rilancerà un sistema produttivo tagliato fuori (in gran parte) dalla corsa globale, impoverito da una de-industrializzazione senza precedenti e dal crollo della domanda interna, specchio di milioni di meridionali che non hanno i soldi per pagare una visita medica? Restituirà speranze all’ultima area depressa dell’Europa avanzata?

L’assenza di analisi sul tema e l’assordante silenzio di economisti, giuristi e opinion leader - insieme al proliferare di “tifosi” federalisti o neocentralisti, che intasano i media di spot e slogan pro o contro, a prescindere - non sono certo buoni segnali. L’opinione pubblica italiana giunge distratta, impreparata e inconsapevole a una riforma vitale, che ridisegna radicalmente il rapporto cittadino potere pubblico e la competitività dei nostri territori. Tutto sarà deciso “in contumacia” rispetto alle élite del paese e sarà tristemente relegato alla logica fuorviante dello scontro politico.

I più critici contro il federalismo fiscale si sono scagliati, finora,contro l’avvento del finanziamento delle regioni sulla base dei costi standard per sanità, assistenza, istruzione e servizi pubblici essenziali. Ma è un falso bersaglio. L’introduzione dei costi standard risponde a un criterio di buon senso economico e punta a responsabilizzare gli amministratori locali “cialtroni”, per dirla alla Tremonti, spezzando quella catena delle irresponsabilità che ha costretto finora i cittadini a pagare con tasse, addizionali e servizi scadenti l’incapacità (o la scarsa onestà) dei propri amministratori. È giusto chiedere a gran voce, semmai, che la nuova etica “contabile” delle amministrazioni locali sia garantita anche da sanzioni draconiane contro politici e funzionari protagonisti di “mala gestio” (prevedendo in questi casi l’ineleggibilità dei politici e azioni di responsabilità civile automatiche nei confronti di dirigenti e funzionari pubblici).

Il vero punto critico del federalismo fiscale è, tuttavia, un altro e ad oggi è rimasto (incredibilmente)nell’ombra. Secondo la legge delega, le altre funzioni regionali saranno finanziate in base alla capacità fiscale pro-capite degli abitanti. Ovvero: regioni come Lombardia e Veneto, che oggi sono “finanziatrici nette” del sistema Italia perché spendono rispettivamente 5mila e 3mila euro in meno per abitante di quanto i loro stessi abitanti pagano al fisco nazionale, recupereranno parte di questo denaro, mentre nelle regioni del Sud tutte o quasi le com-petenze trasferite dalla riforma del Titolo V in materia di sviluppo saranno prive di finanziamento.

Triste destino quello della nuova classe di governatori meridionali: eletti per rilanciare il Sud e rinnovarne profondamente la cultura di governo, verranno costretti (dalla loro stessa maggioranza) prima a saldare il conto salatissimo della mala-gestione sanitaria dei predecessori imponendo aumenti Irpef e Irap ai loro elettori, poi paradossalmente saranno ridotti dal federalismo fiscale al ruolo di meri gestori di una rete di ospedali. Senza più leve per promuovere l’imprenditorialità, l’innovazione, la ricerca, la competitività dei sistemi produttivi locali. Senza un piano strategico di rilancio del Sud - annunciato un anno fa dal governo, non s’intravvede ancora all’orizzonte - che fornisca loro strumenti e flessibilità per attrarre capitali privati nei loro territori e, dulcis in fundo, con la certezza di perdere entro tre anni i fondi europei delle politiche di coesione

È sul terreno dello sviluppo, dunque, che il federalismo fiscale rischia di produrre una “secessione silenziosa”: «compromettendo la coesione nazionale, approfondendo le divisioni e riducendo la competitività del sistema economico» come ha segnalato qualche giorno fa il presidente della Camera Gianfranco Fini. Sarebbe forse la pietra tombale sulle speranze di rinascita del Sud, in una fase storica nella quale i meridionali sembrano vittime di una sorta di “rassegnazione etnica”: non sognano più, non ambiscono a un futuro diverso. «Il governo d’Italia è stato vigliacco, col Mezzogiorno. Sa di poter osare tutto quaggiù; e, nel fatto, può tutto osare e tutto osa quaggiù», scriveva Giustino Fortunato nel 1901. Siamo ancora in tempo perché la storia non si ripeta.

fdelzio@luiss.it
Francesco Delzìo ha scritto il saggio «La Scossa. Sei proposte shock per la rinascita del Sud»

un Paese senza Politica. Galli della Loggia. Corriere della Sera 7 luglio 2010

8 luglio 2010

L’ afasia dell’ opposizione Berlusconi si è ridotto ad essere (o ad apparire) null’ altro che l’ uomo della non-politica. E l’ opposizione è in preda all’ afasiaUn Paese senza Politica

Quale sia davvero lo spirito del Paese dubito che possano dircelo i sondaggi. Meglio ascoltare se stessi e dare retta a quello che si avverte dentro e specialmente intorno a noi. C’ è una sensazione che domina su tutte le altre, se non sbaglio: la sensazione che sono finiti i tempi felici. Fino a qualche tempo fa il Paese, pur con tutte le sue contraddizioni, appariva comunque orientato ad una visione positiva del proprio futuro. Aveva dei punti di riferimento sicuri. A cominciare da quelli fuori dei propri confini. L’ Occidente di cui facevamo parte era il luogo della libertà e della ricchezza, e ogni anno avevamo un po’ di più tanto dell’ una che dell’ altra. In entrambi i casi stando al riparo di una sicurezza collaudata e senza costi. Oggi ci sembra di scorgere quotidianamente i sintomi che non è più così. L’ Occidente, l’ Europa stessa, stanno pian piano svanendo. E con loro svanisce la sensazione di forza, quasi d’ invincibilità, che per tanto tempo essi hanno incarnato. Compaiono al loro posto nuovi giganti mondiali che però avvertiamo lontanissimi da noi. Indifferenti ai modi nostri e alle nostre esigenze. E di nuovo, dopo decenni che non accadeva, soldati italiani muoiono combattendo in remote contrade, di nuovo senza molte speranze di vittoria. In casa nostra i giorni e la vita dei tempi felici volevano dire una rete antica e tutto sommato affidabile di istituzioni che ne erano i punti fermi: la scuola, una banca, un ufficio postale, il municipio, il sindacato. Tutte cose che esistono ancora, naturalmente, ma senza più il senso, la certezza e l’ autorevolezza di una volta. Non sappiamo bene perché, ma sentiamo che è così. La Chiesa e la famiglia stesse - questi due pilastri all’ apparenza indistruttibili della soggettività e insieme delle collettività italiane - sono alle prese con forze corrosive che ne stanno alterando il profilo sociale e attutendone la voce. Insieme è finita - drammaticamente finita per sempre, ci dicono - la speranza di un lavoro ragionevolmente sicuro nel tempo. Una fase decisiva di come l’ Italia è diventata moderna, l’ industrializzazione, sembra ormai giunta ad un compimento: interi settori produttivi sono scomparsi nell’ ultimo ventennio mentre non si contano gli impianti, le fabbriche del Paese passati in mani straniere nel disinteresse generale. Ai fini del Pil forse non conta, ma a quelli dell’ immaginario e del sentimento sì. È come se stesse cambiando sotto i nostri occhi la moralità di fondo del Paese e al medesimo tempo il valore del nostro stare insieme. Il moltiplicarsi senza freno dei casi di corruzione pubblica, di malversazione, di sperperi, non fa altro che rafforzare questo senso di un cambiamento che sa piuttosto di disgregazione. E per parlare di cose che sono simbolo di molte altre: da quanto tempo un libro, un film, un’ architettura, una rappresentazione, insomma una cosa nuova pensata o fatta in Italia, non fa parlare di sé il mondo? Siamo dunque un Paese in declino? Meglio non dirlo. E forse non è neppure vero se si guarda a certi dati pure fondamentali. Ma senza dubbio siamo un Paese che sente di essere nel mezzo di un passaggio assai difficile della sua storia. E sente di affrontare questo passaggio senza guida, abbandonato agli eventi, al giorno per giorno. Nessuno è in grado di dirgli qualcosa circa il futuro che lo aspetta, che ci aspetta. Nessuno vuole o sa parlare alla sua mente e al suo cuore. Nessuno è capace di indicargli una via e una speranza. Ma che cos’ è questo se non il compito della politica? Ecco allora il vero cuore duro della nostra crisi. Ciò di cui l’ Italia è oggi drammaticamente e specialmente priva è la politica. Non riusciamo a farci una ragione del presente e a vedere come affrontare il futuro perché ci manca la politica. La quale nella sua accezione più vera non significa altro che un progetto per la «città», un’ idea del suo destino. Il discorso cade irrimediabilmente su chi soprattutto ha rappresentato la politica in tutti questi anni: su Berlusconi. Sarebbe sbagliato prima che ingiusto dire che egli non ha fatto, non ha realizzato nulla. Ma ciò che pure ha fatto, i cambiamenti tutto sommato positivi che egli ha contribuito a introdurre, i tentativi riformatori che pure ha cercato di mettere in opera, hanno mancato tutti su un punto decisivo. Berlusconi non è mai riuscito a iscriverli in un discorso generale rivolto a tutto il Paese, un discorso che fosse capace di parlare al suo animo, di comunicargli quel senso della sfida e quell’ esigenza di mobilitazione che i tempi difficili richiedevano e richiedono. Se aveva un’ idea d’ Italia, di certo non si è mai curato di trasmetterla con qualche efficacia agli italiani. Egli è rimasto fino in fondo l’ uomo di una parte, convinto forse che in ciò, alla fin fine, consistesse il suo vero ascendente sul proprio elettorato. E così, più che espressione della politica in senso alto o dell’ «antipolitica», come hanno sempre detto i suoi detrattori, alla fine egli si è ridotto ad essere (o ad apparire, il che è lo stesso) null’ altro che l’ uomo della non-politica. In numerosa compagnia, ahimè. La sua ormai lunga egemonia sul sistema politico, infatti, ha corrisposto alla - e si spiega con la - crisi perdurante e l’ afasia politica di tutti i suoi oppositori. I quali mostrano di sapere solo parlare ossessivamente di lui e contro di lui, ma al di là di qualche banale genericità a base di «bisogna questo» e «bisogna quest’ altro» - e naturalmente senza mai spiegare come o a spese di chi - non sanno andare. Sicché ormai il Paese ascolta anche l’ opposizione nella più totale indifferenza, con un’ alzata di spalle. Neppure da lei gli viene il racconto di qualche verità sgradevole, l’ indicazione di una via difficile, una proposta nuova e ardita. Eppure nell’ intimo della sua coscienza l’ Italia avverte che questo solo sarebbe il modo per sperare di fare i conti con il mondo nuovo e aspro in cui essa è ormai entrata. Per farlo essa sarebbe anche disposta ad accettare medicine amare, se solo qualcuno gliene spiegasse però il senso e la necessità: se qualcuno le sapesse parlare di politica. Invece, come i malati avviati a una sorte rassegnata e infelice, essa si vede prescrivere solo degli zuccherosi placebo a base di nulla. Ernesto Galli della Loggia RIPRODUZIONE RISERVATA

Contro l’oblio”Il sindaco dell’Aquila nel cuore del Paese” di Claudio Magris - Corriere della Sera - domenica 20 giugno 2010

22 giugno 2010

images-gran-sassoHo visto L’Aquila per la prima volta nell estate 1955, ero arrivato dopo aver attraversato a piedi il Gran Sasso ed essere sceso da Campo Imperatore ad Assergi. In quelle estati giravo spesso insieme al mio amico Giovanni Gabrielli la cui famiglia materna era originaria di quelle terre, l’Abruzzo - Gran Sasso, Montagna dei Fiori, Maiella. Da allora - soprattutto per quelle scorribande e per l’inizíazione a quel mondo grazie a quel mio amico - ho sentito l’Abruzzo come un cuore della mia Italia.
Oggi L’Aquila, a quanto si sente da notizie e dichiarazioni, sembra ancora a pezzi, il terremoto appare la sua realtà dominante, una devastazione materiale e psicologica permanente. I toni che prevalgono sono quelli della denuncia ma, più ancora, dello sconforto. Non sono in grado, non conoscendo a fondo la situazione, di rivolgere precise accuse ad alcuno, di indicare per nome e cognome - di individui o di istituzioni - eventuali responsabilità, carenze, omissioni, complicità, speculazioni, illeciti. Credo peraltro che, di fronte a simili calamità, qualsiasi governo - nazionale, regionale, provinciale, comunale, dell’uno o dell’altro colore - possa trovarsi inadempiente o inadeguato. Certo l’iniziale enfasi trionfalistica del governo risulta oggi imbarazzante ed è ingiusto indignarsi contro un film come quello di Sabina Guzzanti che, in ogni caso, ha il merito di ricordare che il problema esiste, che L’Aquila e i suoi abitanti annaspano.Perché è di questo che si tratta, dell’oblio che, dopo le immediate emozioni e l’intensa ma breve concentrazione mediatica, avvolge le vittime (città, regioni, persone) di una tragedia, quando le vittime non fanno parte dei potenti della terra o almeno del loro Paese. Una sciagura che investa Milano o Roma è e rimane, nel sentire di tutti, una sciagura nazionale.
Ascoltando le dichiarazioni del sindaco dell’Aquila e di altri, si avverte che quegli italiani si sentono sostanzialmente soli, dimenticati e accantonati. Non solo da un governo, ma da tutti, dal sentimento e dall’attenzione dei loro connazionali, cioè da noi.
Mentre si avvicina l’anniversario dell’unità nazionale si è costretti bruscamente ad accorgersi che l’unità,
e la coscienza di essa, hanno ancora delle crepe. Ci sono regioni e città che è più facile dimenticare di altre. Celebrare realmente la nostra unità è possibile solo sanando, o almeno cercando di sanare nei limiti del possibile, queste disuguaglianze che esistono nelle menti e nei cuori prima ancora che nella realtà. Allo stesso tempo, l’isolamento di cui si lamentano gli aquilani dimostra come sia insensato ogni particolarismo regionale e locale che si chiude in se stesso e come solo un’Italia realmente unita possa affrontare i problemi delle sue regioni.
Quando vagabondavo per la Maiella, abbiamo visto un celebre graffito nella foresta, scritto circa un secolo e mezzo fa dai briganti durante la guerra di brigantaggio che seguì alla caduta del Regno borbonico. Il graffito dice che quella terra prima era il regno dei fiori e poi, con l’avvento di Vittorio Emanuele (II) divenne il regno della miseria. Quella scritta è sbagliata: nonostante il valore e i pregi dei borbonici vinti, cui tanta letteratura ha reso omaggio, l’unità d’Italia è stata un passo in avanti e Garibaldi vale più di Franceschiello. Ma l’odierna amarezza degli aquilani fa capire che in quel graffito c’è ancora qualche pezzo di verità e che chi crede nell’Italia deve comportarsi in modo da smentirlo e da far sparire quei pezzi per sempre.
Sembra di capire che che gli italiani colpiti dal terremoto dell’Aquila si sentono soli. È vero, sostanzialmente lo sono, anche se non dovrebbe essere così. Devono saperlo, perché soltanto sapendolo è possibile che anche l’Abruzzo possa trasformare questa sventura in un’occasione di rinascita e ricsotruzione, come è avvenuto nel Friuli, che è divenuto forte e prospero dopo il suo devastante terremoto. Essere soli, del resto, è destino di tutti - individui, comunità, civiltà - nel periodo, più o meno breve o lungo, della loro esistenza, della loro fioritura tra un inverno e l’altro.

Una legge con norme chiare e fondi certi il Centro — 15 giugno 2010

18 giugno 2010

Dopo quasi 15 mesi dal terremoto del 6 aprile del 2009 gli aquilani scoprono di essere stati abbandonati. Quella di ieri è stata una giornata con un crescendo di dichiarazioni fatte da amministratori locali e parlamentari da cui emerge un solo elemento certo: nessuno ha più sotto controllo la situazione. Ordinanze illegibili hanno creato una grande confusione, c’è l’incubo del ritorno a un trattamento fiscale “normale” in una situazione in cui di normale non c’è nulla, ci sono imprese quasi sul lastrico perché non vengono pagati i lavori fatti nell’emergenza, commercianti che non sanno se e quando potranno riaprire i loro negozi, migliaia di persone in cassa integrazione che non ricevono nemmeno quel “reddito sociale” che per molti è diventata l’autonoma sistemazione. Un quadro che definire sconfortante è poco. Ma quello che è emerso ieri non è solo la disperazione di gente che con il sisma ha perso tutto o quasi. Quello che inquieta è che la classe politica è allo sbando. Un assessore comunale, Giustino Masciocco che sbatte la porta dicendo che non vuole essere complice di un governo che vuole punire, non si sa bene perché, L’Aquila. Un sindaco che addirittura si appella ai direttori dei giornali nazionali perché nei palazzi romani non sa più a quale ministro votarsi. Ordini del giorno di consigli comunali e provinciali lanciano proposte destinate a cadere nel vuoto. E poi il presidente della Regione Gianni Chiodi che va a Roma tre volte alla settimana per sentirsi rispondere nelle segreterie dei ministeri, che non c’è un euro da spendere.  Gli unici che hanno un po’ le idee chiare sono forse i sindaci dei piccoli Comuni del cratere che per dimensione sono più facilmente gestibili: fra mille complicazioni hanno messo a punto perimetrazioni, piani di recupero, organizzato aggregati e consorzi. Uno di loro pochi giorni fa mi ha detto: abbiamo fatto una stima dei danni, se domattina arrivassero i soldi necessari ricostruiremo tutto in tre anni. Però i sindaci (piccoli o grandi) nessuno li sente e sono costretti a fare la fila per pietire un incontro con burocrati che ne sanno meno di loro.  Un quotidiano nazionale ha reso noto lo scempio in un palazzo dell’Aquila: affreschi bucati per far passare i cavi di messa in sicurezza dell’edificio. Ma basta farsi un giro sia dentro la città che nell’immediato circondario per vedere chiese storiche, fra le più belle d’Abruzzo, che stanno cadendo a pezzi. Si sono spesi milioni di euro per puntellare case che andranno abbattute mentre i monumenti, quelli veri, sono lì ad aspettare che la loro sorte venga segnata definitivamente. La manifestazione di domani è forse l’unica e ultima occasione per gridare forte la rabbia per un abbandono che sta facendo più danni di quella notte da incubo. Se in piazza domani pomeriggio ci saranno almeno diecimila persone nessuno potrà ignorare che sull’Aquila bisogna cambiare registro che significa una legge ad hoc. Se saremo quattro gatti avremo segnato il nostro destino: alla morte fisica si aggiungerà la morte civile. La questione non è solo chiedere la proroga dell’esenzione delle tasse, cosa pur importante nel breve e medio periodo. All’Aquila servono (come è accaduto per Friuli, Irpinia e Umbria) norme chiare e flusso certo di fondi. Altrimenti, come accenna l’ex assessore Masciocco nella sua lettera di dimissioni, quei pochi soldi che arriveranno finiranno nelle tasche di soliti noti e quel che è peggio L’Aquila non sarà ricostruita. © RIPRODUZIONE RISERVATA - Giustino Parisse

Suor Giuliana: sono pronta per la sfida. di Serena Danna 17 giugno 2010 Il Sole24ore.

18 giugno 2010

La nomina non è ancora sicura, e lo ripete come un mantra durante tutta la telefonata. Ma nella voce, serena e squillante, si sente che inizia a crederci sul serio. Suor Giuliana Galli potrebbe essere il nuovo vicepresidente della Compagnia di San Paolo. A deciderlo sarà, lunedì prossimo, la seduta del Consiglio generale della Compagnia. «Se penso a quello che è successo negli ultimi due mesi, lunedì mi sembra lontanissimo e sono sicura che tutto può ancora cambiare», racconta Suor Giuliana. «Dalla mia parte ho due consiglieri, che mi hanno assicurato un certo numero di voti, ma quando tutti i membri segretamente dovranno decidere il futuro della Compagnia, non è escluso che ci siano sorprese».

Poco più di due mesi fa, Suor Giuliana rivendicava con una punta di orgoglio l’approccio naïf al mondo bancario. Oggi – dopo essere diventata «il capo dei ribelli» (contrari alla riconferma di Angelo Benessia come presidente) – parla con disinvoltura di programmi e crisi economica, ma senza dimenticare l’aldilà. «Al Cottolengo si dice che “tutto quello che arriva è provvidenza”. Quando arrivano proposte le valuto e se sono alla mia portata, le accetto». Alla faccia di chi la considera “papa straniero” in finanza. «L’ottimismo viene innanzitutto dalla fiducia che mi hanno dimostrato i colleghi. In Compagnia non ero certo la più propositiva, non capendo molto di finanza stavo ad ascoltare… Nonostante questo, loro hanno creduto in me. E poi la spinta arriva anche dal momento storico: c’è bisogno di costruire una piattaforma di solidarietà per tutti. Sono stata scelta come consigliere dal sindaco Chiamparino perché conosco la situazione sociale della città, ho attraversato tante zone di disagio, dal Cottolengo al carcere, fino ai migranti. Questa, se la nomina verrà confermata, sarà la mia forza anche da vicepresidente: non conosco i problemi, ma i volti di chi li vive».

Bisogna guardare oltre la Fiat: «Ci sono tante realtà più piccole che fanno meno rumore ma subiscono lo stesso il peso di questa crisi». Da quando ha iniziato a circolare l’ipotesi della vicepresidenza, la cassetta delle lettere della religiosa è diventata bersaglio di s.o.s. da tutta Italia: «L’ultimo da una signora di Napoli che ha perso il lavoro il mese scorso. Mi chiedono di fare qualcosa per loro, di “usare” la Banca per aiutarli». E lei cosa risponde? «All’inizio mandavo le lettere all’Ufficio Pio, che da 600 anni si occupa di assistere i poveri, ma poi ho capito che non potevo chiedere a un istituto che ha anche competenze territoriali di occuparsi dei bisognosi da Milano a Palermo».

e ultime settimane hanno portato tensione a Moncalieri, il paese sulle colline piemontesi dove Suor Giuliana vive insieme alla consorella Luigia. «Francesca (Vallarino Gancia, la psicologa con cui Suor Giuliana ha fondato nel 2001 la Onlus Mamre, ndr) mi ha sgridato più di una volta perché ero poco presente a Mamre. Gli amici, spesso infastiditi dai media, mi dicevano che dovevo lasciar perdere voci e giornalisti». Così è stato, al punto che quando le voci sulla vicepresidenza si sono fatte più insistenti, ha scritto una lettera ai colleghi della Compagnia invitandoli alla “serietà”. «Stefano Ambrosini mi ha telefonato per propormi la candidatura a mezzanotte. Dormivo. Di solito vado a letto alle dieci …Così la mattina dopo pensavo di aver sognato». Invece è tutto vero. Ora bisogna solo arrivare a lunedì. «Affronterò questi giorni come gli ultimi mesi, da “cenerentola attempatella”, facendomi aiutare dal l’umorismo». E la parola di Dio? «L’ho cercata, ma Lui non parla tanto facilmente. In queste settimane ho ripetuto una preghiera della Bibbia: “Uomo ti è stato detto cosa il tuo dio vuole da te? Giustizia e verità”. E se non riuscirà a farne programma della Compagnia di San Paolo, continueranno a essere le sue parole d’ordine nella vita: «Si può fare del bene in tutti i luoghi della terra, non solo in Compagnia».

Anche stasera troverà ispirazione nel suo orto: «Lo guarderò, mentre raccolgo le zucchine per la cena, e penserò che se non c’è una poltrona ci sono sempre la zappa, la carriola e la meraviglia del mondo».

Contro il “ministro della malavita” Simone Giovarruscio scrive…

5 marzo 2010

Caro Giovanni mi sa che tu sei un po’ come Gaetano Salvemini..lotti continuamente contro “il ministro della malavita” (in questo sei come me anche se io sto perdendo le speranze); sappiamo tutti che la salute è diventata un business. Il Sistema sanitario nazionale vale in Italia l’8,5% del Pil e la spesa sanitaria assorbe la quasi totalità della disponibilità finanziaria delle regioni. mettere una buona fetta di tutto ciò (e non solo visto che anche la sanità pubblica è di fatto divenuta azienda e che può di fatto ricevere capitali ed infiltrazioni da parte dei privati con tutto ciò che ne consegue..) nelle mani di privati rappresenta una strategia deliberata per mettere il lauto giro d’affari del SSN alla mercèe delle più moderne teorie del profitto. ora se immaginiamo quanto tempo passa dal momento del presupposto per la dichiarazione di fallimento, all’esercizio provvisorio, alla chiusura del fallimento per poi giungere alla riabilitazione fallimentare viene facile contare quanto denaro potrebbe fagocitare tutto questo processo che, invece, potrebbe arricchire spietati uomini d’affari. certo che la tutela dei lavoratori (cosa che sono sicuro ti rende l’anima romantica) è costantemente tra i tuoi pensieri e, secondo le tue proposte, sarebbe salvaguardata ma tu rammenti che fine ha fatto l’uomo che diceva di avere un sogno?? credi i Boy’s accoglieranno queste tue proposte quando potrebbero dare una mano a qualche “povero” imprenditorucolo sull’orlo del fallimento? beato te che hai ancora la forza di provare a cambiare..però i modelli ci aiutano a crescere e migliorare..almeno tu continua così..scusa le chiacchiere..ciao Giovanni.
Caro Simone, giusto che angelini fallisca e si sbrighi. Intanto che fallisce è necessario curare i malati e tutelare il lavoro tramite il giudice.
Poi si riaffidino i servizi a privati seri o pubblico che sia perchè si torni ad essere una regione civile
Giovanni d’amico
Caro Giovanni anche secondo me è giusto che fallisca (e che paghi), dopodichè è giusto riaffidare il tutto a persone serie. ma siamo sicuri che questa maggioranza in regione sia in grado di fare scelte oculate su questa vicenda? il mio dubbio purtroppo è questo, altrimenti ci ritroveremo tra qualche anno nella stessa identica situazione di stallo di oggi e per effetto peso che ha la sanità sul bilancio regionale tutti gli altri settori ne pagherebbero le conseguenze..ho fiducia in te e nelle tue idee ma non altrettanto in quelle di questo governo regionale..speriamo bene.. a

Simone Giovarruscio su Bilancio e DPEFR 2010

28 gennaio 2010

Ottimi gli interventi  in consiglio regionale  relativamente alla discussione su  bilancio  e  su dpefr 2010.

Sono d’accordo soprattutto sul fatto che la sanità ormai in abruzzo è crollata.
> del resto lo aveva detto già tanto tempo fa Torlontano che bisognava avere
> coraggio di riformare, ma nessuno l’ha mai fatto. sono d’accordo con lui
> che la nostra terra è spaccata dal punto di vista culturale (non a caso si
> parlava d’abruzz”i”..). fino al ‘78 chiudere gli “ospedaletti” era
> impossibile ma poi qualcuno ha preso questa direzione (salvo Gaspari che
> credeva più importante avere voti grazie ai piccoli ospedali). poi è la
> volta di Del Colle (ppi in orbita dc, tanto per cambiare, e socio di
> Angelini, che ci “appiccica” 173,35 mil di debito) e Salini (dc e udeur in
> quota forzista che ci regala altri 193 milioni di euro) ed è qui che forse
> perdiamo l’ultima occasione prima del punto di non ritorno, cioè Pace con i
> suoi “quasi” 470 milioni in rosso. ora, secondo me, ci vogliono come dici
> tu “scelte coraggiose” capaci di quell’inversione di cui parli nei tuoi
> interventi e di cui se ne iniziava a vedere la luce solo dopo il 2006
>  e che purtroppo adesso si è arrestata. ma secondo te gli uomini di

questa giunta sono capaci di dare un
> continuo alle tue azioni?. non dimentichiamo che interventi importanti
> varro indirizzate soprattutto all’entroterra, fortemente depresso ed alla
> stregua di paesi meridionali dimenticati da Dio. la costa è la nostra
> motrice ma l’entroterra è in piena crisi ed allora decisioni come quella
> presa da Chiodi sul circuito “eno” di Sulmona vanno fortemente contrastate.